Dopo il down clamoroso procurato da “Avengers: Endgame”, il secondo film da solista dello Spider-Man di Tom Holland ha portato un piccolo sollievo al dolore della perdita prematura e ingiusta di Iron Man. Il tentativo di passare il testimone all’uomo ragno ha senso per diversi motivi. Spidey è uno dei “big” di casa Marvel, anche se in questo universo è ancora un ragazzino. Peter Parker è uno scienziato come Tony Stark. L’unico genio rimasto in casa Avengers, in questo momento, è Bruce Banner / Hulk (Pym si occupa di fisica quantistica e Doctor Strange era un chirurgo). Ha un senso soprattutto sul piano dei sentimenti: tra Tony e Peter si era instaurato una sorta di legame padre – figlio. Sono il dolore e il senso di colpa per la sua perdita ad alimentare il pensiero di riportarlo indietro, che lo spinge a tornare in gioco in “Avengers: Endgame”. Tutto ciò si materializza nella scena in cui Happy guarda Peter lavorare con gli strumenti di Tony: il suo sguardo al ragazzo dice tutto. La presenza di Iron Man è palpabile lungo tutta la durata del film, a partire dall’acronimo E.D.I.T.H. con cui ha battezzato lo strumento passato a Spider-Man (Even Dead I’m The Hero), che mi ha strappato un sorriso. L’andamento della storia, nella prima parte più adolescenziale e lenta, si va via via velocizzando e intensificando. Durante il film mi chiedevo il perché del comportamento “strano” di Nick Fury. Bene: rimanete fino a quando si accendono tutte le luci in sala e ne capirete il motivo. Il passaggio del testimone è riuscito? Per il momento sì ma è ancora troppo presto. La sensazione è che questo film fosse pensato come un ponte verso nuove storie.

 

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Author: VISIONAIR

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